Michele Brambilla, quarto ospite del Febbraio Italiano

“La bellezza di questo mestiere sta nell’imprevisto. Come quando all’Ariston di Sanremo avrei dovuto seguire la conferenza stampa di apertura del Festival, ma si diffuse la voce delle dimissioni di Papa Ratzinger e mi mandarono a Roma, a seguire il conclave”.

Dal profano al sacro, in pochi minuti insomma: così uno dei tanti aneddoti raccontati da Michele Brambilla, direttore di QN e Il Resto del Carlino che, ospite di Febbraio italiano – Il giornalismo si racconta alla Biblioteca Sociale Roberta Venturini, ha spiegato la propria passione per il giornalismo. “Un mestiere che ho voluto fare a tutti i costi ribellandomi al volere di mio padre. Sono stato molto fortunato, in questa professione ho trovato tutto, anzi molto di più di quanto mi aspettassi. Credo che i sogni dei ragazzi non debbano mai essere soffocati. Bisogna sempre provarci, se si perde si imparerà la sconfitta che è sempre una lezione importante”.

Il direttore di QN ha ripercorso le proprie esperienze lavorative alla Stampa e al Corriere della Sera “nelle stesse stanze dove aveva lavorato Dino Buzzati e dove ancora quando sono arrivato io si raccontavano gli episodi che lo riguardavano”; fino ad arrivare alla Gazzetta di Parma e al dietro le quinte dell’incontro fra Matteo Renzi e Matteo Salvini a Porta a Porta.

Cosa le ha lasciato l’esperienza parmigiana alla direzione della Gazzetta di Parma?

Parma ha una sua precisa caratteristica: è una città di 200mila abitanti non piccola ma nemmeno enorme che però ha questo passato di capitale che continua a sentire ancora molto forte, ha un orgoglio radicato un brand riconosciuto. Il brand Parma, senza offesa per Reggio Emilia o Modena, è diverso nel mondo. L’esperienza non nego che sia stata anche difficile per alcuni aspetti, perché c’è una parte di città che ancora crede che non si debbano dare le notizie e che si debba avere un controllo che non può più esistere, però sinceramente sono molto affezionato alla città. Ci sono molte persone con cui ho mantenuto un rapporto forte, mi vedo e mi sento spesso con amici e colleghi.

È una città che non è stata indifferente nella mia vita, è un legame che sento. Per me è stata una bella esperienza. Però credo che dopo tre anni un giornale debba cambiare direttore sia per il bene del giornale che per quello del direttore. Io ho cambiato dieci giornali, solo da dipendente, poi mi è arrivata questa offerta da QN e Il Resto del Carlino e sono andata a Bologna.

Sempre in Emilia-Romagna…

Sì, questa regione mi è sempre piaciuta molto, da bambino andavo in vacanza a Milano Marittima. Quando avevo 10 anni ero nello stesso albergo di Luca Goldoni che all’epoca – era il 1969 – era stato l’inviato del Carlino negli Usa per l’allunaggio. Il mio innamoramento per il giornalismo nasce in Emilia-Romagna da un parmigiano trapiantato a Bologna che adesso mi sono ritrovato a dirigere, perché Goldoni scrive per il Carlino. Sono le stranezze della vita. Per me è stato uno dei più grandi giornalisti del ‘900: ha cambiato la lingua italiana, il modo di scrivere e il modo di vedere le cose. Ha scritto le cose di cui la gente comune parlava, della vita ordinaria di tutti i giorni, in un momento in cui il giornalismo era ingessatissimo e il linguaggio era molto formale. Pensi che nel 1985 – non nel 1950 – al Corriere della Sera c’era ancora un prontuario che vietava l’utilizzo di alcune parole per esempio “verifica” perché c’era il rischio che andando a capo… e poi non si poteva scrivere “in seno a”.

Oggi poi ci sono i social.

I social non potranno mai sostituire i giornali. Faccio l’esempio del treno deragliato sulla linea Milano Bologna. Certo coloro che erano lì hanno subito fatto e postato foto e video che i giornalisti non potevano avere. Ma senza i giornalisti, persone qualificate con preparazione professionale, responsabilità civile e penale di quello che scrivono e con accesso alle fonti, non avremmo saputo quanti morti ci sono stati, quanti passeggeri erano sul treno, quanti feriti. Probabilmente alla fine rimarrà solo il digitale, forse scomparirà la carta stampata, ma non il giornalismo. Il primo colpo mortale lo ha dato la Rai nel 1981 quando decise di fare la diretta non stop sul caso di Alfredino, il bimbo di Vermicino caduto nel pozzo artesiano. Io all’epoca lavoravo per un giornale che usciva nel pomeriggio con le notizie della mattina, notizie già vecchie perché il pubblico sapeva in tempo reale cosa stava succedendo. Di lì a poco hanno chiuso quasi tutti i giornali pomeridiani.

E sul giornalismo digitale Brambilla ha aggiunto durante la conferenza: “Gli editori devono imparare a fare i soldi su internet, così come ci riescono i colossi che conosciamo da Google a Amazon a Facebook. Ma è una questione che riguarda i manager, non i giornalisti”.

Articolo di Tatiana Cogo (Parmadaily)